Benvenuti nella Fonderia Gemito - Realizzazione opere d'arte in bronzo

Gemito, il profeta Visionario

Modernità e classicità dello «scultore pazzo» Una rassegna che colma il vuoto storiografico 
di Vincenzo Trione

Articolo de “Il Mattino” del 29/03/2009

Chi è, per noi, Vincenzo Gemito, cui è dedicata la retrospettiva, curata da Denise Pagano, che si è inaugurata ieri al Museo Pignatelli di Napoli (fino al 5 luglio, catalogo Electa Napoli)? Cosa ha ancora da dire? Qual è la modernità dello «scultore pazzo», il cui itinerario è stato spesso appesantito da letture di tipo biografico-aneddotico? Per rispondere, potremmo muovere da due prospettive opposte. Inizi del secolo scorso. Aprile 1910. Umberto Boccioni è a Napoli per la serata-happening che si tiene al teatro Mercadante. In quei giorni ha l’opportunità di conoscere l’ambiguo Scarfoglio, il prudente Croce. E, appunto, Gemito. Uno strano personaggio, rimasto «per vent’anni chiuso in un silenzio infecondo e impenetrabile». È canuto, invecchiato. Appartiene a una stagione irrimediabilmente trascorsa. Anni dopo. È il 1941 quando Giorgio de Chirico pubblica un articolo che è un elogio appassionato. Ci troviamo dinanzi a una personalità che è stata ingiustamente sottovalutata in Italia. Un maestro, inventore di «misteriosi processi». I suoi disegni potrebbero «rivaleggiare con le migliori cose di Dürer». È «scultore, poeta, narratore, filosofo, moralista, disegnatore, pittore e artigiano nel senso più alto della parola». Qualche mese dopo ritroviamo il medesimo entusiasmo nelle parole di Alberto Savinio, il quale sottolinea l’originalità dello stile di Gemito. Lontano dalle modalità impressioniste, egli è una voce in qualche modo definitiva. Conduce verso i confini di un mondo metafisico: squarcia le apparenze, per toccare «i valori di prima e di sempre». Ha una «levatura superiore», che gli consente di trasfigurare la cronaca: trasforma le zingare in icone tragiche, le contadine in divinità, le creature mortali in esseri immortali. Dov’è la verità? Nell’oscillazione tra il conservatorismo stigmatizzato da Boccioni e l’intemporalità colta da de Chirico e da Savinio. La mostra di Villa Pignatelli documenta con efficacia questi passaggi, disegnando un itinerario ricco: più di duecento opere, dalle terracotte giovanili ai bronzi della maturità, dagli oggetti preziosi a un vasto corpus di fogli eseguiti a penna, matita, carboncino, seppia, acquerello. Una rassegna di notevole importanza, che va a riempire un grave vuoto storiografico: si ricordi che finora a Gemito erano state dedicate solo due esposizioni monografiche (nel 1953 a Napoli, a Palazzo Reale; nel 1989 a Spoleto, nell’ambito del Festival dei Due Mondi). L’itinerario delineato - purtroppo caratterizzato da un allestimento poco divulgativo - segue un criterio tematico. L’avventura poetica gemitiana è stata scomposta in vari capitoli: i fanciulli, i pescatori, gli acquaioli, i ritratti, gli autoritratti, le meduse, le sibille, gli omaggi a miti come Alessandro Magno e Carlo V. E poi: il centrotavola realizzato per Umberto I, il Narciso e l’Oscar du Mesnil. Una catalogazione ragionata, accompagnata anche da una selezione di significativi momenti dell’arte del secondo Ottocento e da una piccola galleria di fotografie d'epoca (in larga parte dell’Archivio Parisio). Ciò che colpisce è il continuo transitare tra bozzettismo e classicità. Gemito mira a saldare territori non contigui: urgenze realiste e fascinazioni antiche, tensioni scapigliate e controllo aureo. Influenzato della tradizione del verismo meridionale, vuole aderire alla fenomenologia del mondo. Scolpisce eventi plastici che accolgono echi dissonanti, rivelando un gusto immediato ed efficace, nel cogliere tipi umani e sociali. In ogni sua annotazione - in terracotta e in bronzo -, si percepisce un’accesa sensibilità per il vero. Ciascuna scultura rispecchia aderenza alle cose e rifiuto di ogni idealizzazione. L’opera è il riflesso di un’attenta indagine socio-antropologica, che, talvolta, sfocia in un descrittivismo lezioso e di maniera. Questi abbandoni vengono riscattati nei bronzi, dove assistiamo alla scoperta della grazia. I valori naturalistici sono filtrati, rimodulati. La prosa si fa aristocratica, più controllata. Costanti i richiami alla statuaria ellenistica, ercolanese e pompeiana. Stringenti i riferimenti barocchi. Simile a un «Canova moderno di fine Ottocento e di primo Novecento» (per riprendere una definizione di Nicola Spinosa), Gemito attua un «ritorno al museo». Nobilita le forme, impreziosendole. Sembra comportarsi come un alessandrino del XIX secolo, che sceglie di rifugiarsi in una bellezza d’epoca, modellando pescatori le cui mosse raffinate e veloci potrebbero far pensare alle sagome di Benvenuto Cellini o di Giambologna. Eppure, in diversi episodi, Gremito appare come un profeta delle sperimentazioni primonovecentesche. Si osservino alcuni dettagli: i contorni, gli abiti, le patine, le compenetrazioni tra figure e sfondi. In particolare, le cere rosse e le maschere, dense di consonanze con le investigazioni liquide di Medardo Rosso. E i disegni: che esibiscono sgrammaticature audaci e deformazioni impreviste. I dati anatomici deflagrano, le epidermidi si piegano, le linee si spezzano. Si toccano le vette del non-finito. L’unità esplode tra rapidi cenni e tocchi incompiuti. Dunque, chi è per noi «’o scultore pazzo»? Un classicista d’avanguardia. Ecco il profilo che ne offre Gabriele d’Annunzio nel 1901: «Era povero, nato dal popolo; e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungeva la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua».

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